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mercoledì, 30 maggio 2007

Qualche giorno fa riflettevo, seduta al sole sul mio balcone, su cosa sia veramente importante vivere; lo so, è una domanda difficile, senza risposta, ma , alla luce delle mie più recenti esperienze, ho voluto capire cos’è che ho imparato in questi ultimi mesi, cosa veramente conta per me. Un tempo, credevo che tutto fosse facile, come sempre nella vita dei bambini : le difficoltà non esistevano, esisteva solo la vita, che scorreva lenta e sempre uguale, eppure non ero infelice; era tutto molto confuso, ma non avevo la smania di capire. Poi, ho attraversato un momento doloroso, che ho rievocato molte volte in seguito, e da allora, all’ improvviso, ho cambiato qualcosa : vale davvero la pena di sprecare quegli istanti di felicità che ogni giorno ci si propongono, più o meno evidenti, alla ricerca di “ qualcosa” che in fondo non raggiungeremo mai? Ho passato i primissimi anni dell’ adolescenza ( gli 11-12 anni ) cercando di capire cosa il mondo si aspettasse da me , soprattutto, cosa io mi aspettassi da me, cosa desideravo diventare e cosa ero già ( anche se ridevo al pensiero di quelle parole di mio padre che ancora adesso ricordo a perfezione :” durante l’ adolescenza si va alla ricerca di se stessi, si decide quale immagine si vuole rappresentare nella vita “). Un giorno, in quel periodo triste che trascorsi, lessi un articolo sul giornale che mi lasciò colpita : parlava di come tutti noi, sempre più spesso mano mano che il tempo passa , iniziamo a farci propositi per la pensione, sogni e desideri da realizzare quando “ non avremo più niente da fare”: <<io imparerò a cucinare!>>, <<io dipingerò tutti i giorni !>>, <<io imparerò il russo !>> eccetera eccetera eccetera. Poi arriva davvero quel fatidico momento in cui speravi di non aver più nulla da fare, e scopri che, invece, di cose da fare ne hai. Che non è per niente vero che , se il nostro corpo rallenta il ritmo, deve rallentare anche la vita. Pensai molto a quel che avevo letto, e piano piano capii che quelle piccole cose di cui non ci rendiamo mai conto , e che sono lì apposta per noi – il sole caldo la mattina, il cinguettìo degli uccellini, un bambino che ci sorride dalla carrozzina-, non potevano essere lasciate passare così , senza nemmeno rendersene conto. Sul mio diario, quella mattina di sole in cui ho pensato a tutto questo, ho scritto “prima pensavo che, forse , non è veramente importante capire il perché di certe emozioni, analizzare la nostra psiche, ma solo catturare quella farfalla fuggevole nel nostro retino, fermarla, e poi lasciarla andare , godendo dell’ emozione che dà il suo volo leggero, e la bellezza dei suoi colori, e la fuggevolezza del momento…”

Lo so, parlare di argomenti così complessi e personali non è molto giusto, in un blog, ma … beh, che dire : non sono riuscita a trattenermi

 

Erzsi
postato da: erzsi alle ore 11:57 | Link | commenti (1)
categoria:pensieri
giovedì, 24 maggio 2007

non so quanti di voi amino la poesia, ma so che quest' arte mi ha fatto capire che non tutto quello che non si riesce a cogliere all' istante è inadatto a noi, e che a volte ci vuole tempo per comprendere le cose. qui potrei aprire una parentesi infinita, ma non lo faccio lo farò un' altra volta, quando avrò un istante in più... con questo preambolo volevo raccontarvi , almeno in brevi parole, la fascinazione che mi prese la prima volta che lessi -seriamene - una poesia : era penetrare il mio pensero in versi, vedere che qualcuno riusciva ad esprimere con parole precise e suoni poetici e incantati, esattamente quel che pensavo e provavo. altre volte, mi è capitato di non condividere il pensiero dell' autore, come nel caso di Pascoli, ma di rimanere affascinata dallo stile, dalle parole, che evocano con la loro musicalità e il loro significato immagini affascinanti e lontane nella mia mente, sentimenti estranei , e mi portano a comprendere perfettamente il pensiero dell' autore. so di essermi espresa in modo contorto ma non so spiegarmi in atro modo : la poesia è un affascinante mezzo di conoscenza per arrivare dritti nell' anima del poeta,e dell'uomo in generale. mi auguro che tutti voi riusciate a provare simili sensazioni... è affascinante.

in questa poesia di Pascoli, " Convivio", il poeta parla della vita, e di come ci si senta soli e persi quando muore qualcuno che ci è caro; esprime immagini troppo cupe per la mia mentalità, o forse che ancora non ho mai conosciuto. in ogni caso, non appena l' ho letta , ne sono rimasta affascinata: oltre ad evocare immagini nitidissime nella mia mente , esprime con assoluta chiarezza il pensiero di Pascoli, un pensiero profondament umano, per tutti coloro che pensano che i poeti vivano una vita a parte, diversa dagli altri mortali...

CONVIVIO, di G. pascoli

O convitato della vita, è l'ora.
Brillino rossi i calici di vino;
tu né bramoso più, né sazio ancora,
lascia il festino.

Splendano d'aurea luce i lampadari,
fragri la rosa e il timo dell'Imetto,
sorrida in cerchio tuttavia di cari
capi il banchetto:

tu sorgi e... Triste, su la mensa ingombra,
delle morenti lampade lo svolo
lugubre lungo! triste errar nell'ombra,
ultimo, solo!

postato da: erzsi alle ore 21:19 | Link | commenti (1)
categoria:miscellaneous
giovedì, 24 maggio 2007

proprio stamattina, frugando fra i documenti word del computer di mio fratello, ho ritrovato l' inizio di un raccontino che avevo iniziato a scrivere qualche anno fa, meno complesso di " geisha", il racconto che stò scrivendo ora, e più " leggero", ma comunque abbastanza carino. leggendolo, mi ha fatto ridere, lo stile di scrittura è molto diverso da quello usato per " geisha", ma comunque abbastanza interessante. ve lo posto qui per sapere cosa ne pensate

"Mia madre mi ha chiamato Costanza, come mia nonna. Costanza Angelina Curau, mi chiamo, e non ho grosse lamentele da fare sul mio nome: bel suono, armonico, forse un po’ freddo, ma non male, classico, dalle mie parti.
Qui giù, dove abito io, non si sa cosa sia il freddo; magari un giorno, per scoprirlo anche noi, invocheremo la Madonna di Guadalupe perché faccia nevicare ad Agosto anche da noi; mi andrebbe bene anche a Settembre o Ottobre, non so, non ho mai toccato la neve con le mie mani. Lucilla, la mia migliore amica-nemica, va tutte le estati a Courmayeur, quel posto impronunciabile che sembra essere innevato in tutte le stagioni, estate e primavera comprese, a metà prezzo però se la neve si scioglie. Lucilla mi ha detto che la neve è farinosa, ghiacciata, ed è cento volte più bella delle nostre distese di sabbia e dei nostri fichi d’ india spinosi. Dice che sono belli gli abeti innevati, e che vorrebbe che un giorno un eroe misterioso uscisse dalla foresta a bordo di una slitta trainata da cani e che la portasse via con sé, per farne la sua principessa delle nevi. La mamma dice che Lucilla è pazza. << quelle come lei dicono un mare di scemenze per far ingelosire chiunque le ascolti, Stanzuccia>> mi dice con quel suo tono da vecchia saggia che usa sempre quando parla con me; <<chill’ come lei nun devono essere prestate d’ ascolto>> dice la nonna, un po’ sconclusionata, con quel modo di parlare caratteristico di tutte le vecchiette del posto: cosa importa se le parole sono rispondenti all’italiano corrente, se il modo di parlare non è proprio ortodosso e se le frasi sono buttate lì come capita capita, l’ importante è il senso, mi dice. Chissà, magari ha ragione.

Stamattina mi sono alzata presto. Era bel tempo, e a me non piace perdere minuti di sole standomene a letto, io voglio scendere il prima possibile al mare, quando posso.la mamma non è d’accordo: per lei dovrei passare ogni minuto libero china sui libri, e quando ho tempo anche fermarmi a dare una ripassatina alla lezione di domani. Sempre un libro in borsa, giusto per essere sicuri di averlo sempre dietro. Io non voglio, però, vivere così: non mi interessa di essere una letterata , di conoscere a fondo i misteri della natura e della scienza, sapere a menadito tutte le date della storia, ma nemmeno mi piace non sapere niente; quel po’ che serve per ravvivare le discussioni e i pensieri, per non essere del tutto stupida, per avere sempre un minimo di curiosità da soddisfare. Ho anch’ io la mia pila di libri sul comodino ( anche se non sono i libri che vorrebbe mia madre), e li leggo ogni sera. Di giorno, però, preferisco fare un giro sulla spiaggia.
La nostra casa , un piccolo cubo di pietra costruito in tanti anni dalle rugose mani del nonno e della nonna, è appollaiata su una scogliera a strapiombo sul mare, nera e lucida di schizzi, sempre ricoperta da centinaia e centinaia di gocce che sembrano lacrime, e risplendono al sole come opali iridescenti. Sotto, un’ immensa distesa bluverde, un mare sconfinato che arriva chissà dove; la zona è costellata di fichi d’ india rossicci e piante grasse, quelle tipiche che si vedono solo dove c’ è aria di salsedine; la stradina che porta quassù dove abitiamo noi è una sola, un sottile segnetto a matita su una montagna nera di scogli; un tempo dice la nonna, quassù ci si arrivava solo a dorso di mulo, e se pioveva , allora si che erano guai. Il paese è qui sotto, Lamarta Sul mare. Chissà perché, Lamarta; Poteva anche essere Lagiovanna, o Lafrancesca. A volte ci penso, e mi chiedo che senso abbia, ma dopotutto non è poi così importante, ci deve essere dietro qualche storia romantica con una protagonista dalle affascinanti trecce nere, una certa Marta, magari. Guardacaso. Comunque, il paese è piccolo , solo un centinaio di case, o poco più; poi c’è la scuola ( anzi no, ce ne sono due: Scuola Elementare e Media Sant’ Anna e Scuola Tutticorsi, un posticino innovativo e privato, per chi ha disponibilità economiche), e naturalmente il castello, un bellissimo avvoltoio arroccato sul monte più alto della zona, Monte Serpi. Ci sono centinaia di migliaia di negozietti di cibi e oggetti tipici del luogo, com’ è ovvio, e anche qualche museo; un bel parco verde, che però non regge granchè vista l’ aria di mare, e una spiaggia favolosa a cui si accede per mezzo di una scaletta di metallo che hanno installato qualche anno fa, un vero obbrobrio. Una volta, la spiaggia si raggiungeva solo con un’ ora di cammino fra le frasche , sotto il sole cocente, sdrucciolando sulla sabbia bollente ad ogni piè sospinto, con le pigne appiccicose che ti cadevano in testa e ti facevano perdere la bussola. Però era più divertente. Più romantico, più avventuroso. Bisognava raggiungere prima la cima di Col Verdino, un colle che di Verdino non ha proprio niente, e poi giù, a valle, dove il verde c’è davvero, e anche troppo. È una strada lunga e impervia, ma è più bella.
La mamma, come al solito,non è d’accordo.
Per lei, se tutto fosse facile e banale sarebbe la perfetta felicità. Scale di metallo, taxi che ti aspettano sotto casa, magari anche una colf che ti porta la spesa e te la sistema nel frigorifero. Io no, una vita così non la voglio, voglio poter essere libera di scegliere la strada più difficile, se è quella che mi attira, voglio poter uscire da scuola e andare subito in spiaggia, senza tornare nella casetta buia a fare i compiti. Voglio poter prendere un arancio da un albero e mangiarlo mentre il sole tramonta, voglio poter passare fra le frasche con le pigne che mi cadono in testa, voglio potermi fare una doccia all’ aperto, d’ estate, e voglio anche poter scegliere da sola , della mia vita.
Ho quindici anni, e non voglio smettere di sognare. "

postato da: erzsi alle ore 13:06 | Link | commenti (2)
categoria:racconti
lunedì, 21 maggio 2007

non credo che questa bellissima canzone dei Tiromancino, " per me è importante", abbia una precisa connotazione come canzone d' amore, ma comunque io ho deciso di utilizzare le sue parole per mandare un messaggio a tutti i miei più cari amici : amici del passato , amici del presente, amici del futuro, io non vi abbandonerò mai, credetemi...(odio le frasi fatte, ma non mi viene in mente nulla di meglio, chiedo venia! )... ricordatevi che... per me siete importanti sempre e dovunque!!!!

PER ME E' IMPORTANTE, di Tiromancino

le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre, per non rischiare di aver ragione, che la ragione non sempre serve...

domani invece devo ripartire, mi aspetta un altro viaggio... e sembrerà come senza fine, guarderò il paesaggio...

sono lontano e mi torni in mente, t' immagino parlare con la gente...

il mio pensiero vola verso te, per raggiungere le immagini scolpite ormai nella coscienza, come indelebili emozioni che non posso più scordare...

e il pensiero andrà a cercare tutte le volte che ti sentirò distante, tutte le volte che ti vorrei parlare, per dirti ancora che sei solo tu la cosa che per me è importante...

mi piace raccontarti sempre quello che mi succede, le mie parole diventano nelle tue mani forme nuove e colorate, note profonde mai ascoltate, di una musica sempre più dolce, o il suono di una sirena confusa e lontana...

mi sembrerà di viaggiare io e te, con la stessa valigia in due, dividendo tutto sempre... normalmente...

postato da: erzsi alle ore 19:43 | Link | commenti (3)
categoria:miscellaneous
mercoledì, 16 maggio 2007

oggi, a scuola, abbiamo fatto il tema; inizialmente pensavo che la traccia che avevo scelto non mi avrebbe dato molto da scrivere , perchè non ce n' era nessuna che mi attirava particolarmente, e quella mi era parsa la meno peggio. comunque. come sempre, non conviene fidarsi della prima impressione, anche quando si parla di temi, e così alla fine ho scritto moltissimo; anzi, vi dirò di più, mi sono anche entusiasmata a scriverlo, quel tema! ed è qui che sta il punto. il tema aveva come traccia " come sei cambiata in questi due anni, fisicamente, culturalmente e psicologicamente", e mi sono resa conto che questi due anni, che all' apparenza mi sono sembrati così brevi, sono passati in realtà con una velocità incredibile, e se non fosse per come sono cambiata e per tutti gli avvenimenti che mi hanno segnata in questi 730 giorni circa appena trascorsi. solo due anni fa avevo paura di cambiare, di scoprire qualcosa di nuovo, di allargare i miei orizzonti; non è molto facile far finta di sapere già tutto? ma ora è diverso : sento un desiderio di cambiamento continuo, non posso più stare ferma con la mente, con il corpo, con i miei desideri. immediatamente desidero fuggire, eppure non ce la faccio, perchè non so dove devo andare, nè se c' è effettivamente una meta da raggiungere. vi siete mai sentiti così? incompleti, sospesi? ed esiste davvero qualcosa che ci possa saziare, oppure non esiste, ed è un vuoto generale che non ha una particolare origine, o ancora è solo una sensazione momentanea dell' adolescenza?

chi lo sa... ho cercato di capirlo, ma ovviamente fin' ora non ci sono riuscita... proverò ancora. poi, chi lo sa, forse troverò qualcosa di inaspettato.

Erzsi

postato da: erzsi alle ore 20:06 | Link | commenti (1)
categoria:pensieri
mercoledì, 09 maggio 2007

vi è mai capitato di sentirvi soli? ma soli, soli , soli? so che è strano parlare di queste cose su un blog, ma non so davvero con chi farlo... se avessi qualcuno con cui parlarne, o almeno con cui sfogarmi, del resto, non mi sentirei sola! e non dico sola nel senso di non avere nessuno con cui uscire il sabato pomeriggio, ma proprio " sola", sola da non riuscire a parlare con nessuno, da non essere in grado di stabilire un contatto. si può essere in mezzo a un mare di gente e sentirsi soli: è così che mi sento io. è triste, perchè non solo non sai mai cosa pensare,con chi parlare, anche se detto così può sembrare sciocco, ma non sai neanche dov' è che sbagli, e se sei solo tu a sbagliare. capite cosa intendo? significa non sapere dove guardare, avvicinarsi alla gente sperando che ti chieda " come va? oggi hai una faccia allegra!" o " oggi hai un' espressione triste" e condivida con te pensieri , idee, o semplicemente parli, ti rincuori, se serve. invece, nessuno. già è difficile sentirsi rivolgere la parola, figuriamoci se poi qualcuno si accorge che avete qualcosa da dire, magari, anche qualcosa di poco importante... giro per casa, la mia casa, dove mi sono sempre sentita accolta, e quasi mi chiedo se per caso non sono capitata per sbaglio in un alberghetto di frontiera,di quelli dove nessuno si conosce e ci si incontra per troppo poco tempo per pensare di rivolgersi la parola. questo non significa che i miei familiari siano insensibili o incapaci di comunicare, perchè come ho detto non so quanta responsbilità abbiano gli altri e quanta io. di sicuro, so di non essere particolarmente estroversa, e di avere difficoltà ad avvicinarmi alla gente, quindi probabilmente il problema è mio, ma sentirsi soli è comunque brutto, anche quando è colpa nostra.

ok, ora basta... forse, un blog non dovrebbe parlare di cosa così malinconiche... o forse si , chi lo sa buona fortuna e soprattutto, se vi capita l' occasione, PARLATE! anche solo per chiedere " come va?", perchè è tristissimo stare soli, ed è ancora più triste essere soli quando sai che quella solitudine dipende in gran parte da te...

baci a tutti,

Malinconica Erzsi

 

postato da: erzsi alle ore 20:36 | Link | commenti (4)
categoria:pensieri
domenica, 06 maggio 2007

io amo molto scrivere, e ogni tanto " tento" di portare a termine uno dei miei racconti, anche se in genere, per un motivo o per l' altro, non ci riesco mai... comunque, adesso stò scrivendo un racconto ambientato nel giappone di fine ottocento, che ha per protagonista una delle più note geisha di Kyoto, Nijimi-San... non vi dico altro perchè se no rischio di farmi sfuggire le idee, che per il momento sono ancora in lavorazione, ma volevo proporvi le prime righe del racconto per sapere cosa ne pensate, visto che non sono ancora del tutto sicura...comunque, ecco qui:

GEISHA( TITOLO PROVVISORIO )

 

<<il mio volto, ancora bianco e rigido , appare sfocato nello specchio convesso che mi riflette; gli occhi, segnati pesantemente da una linea scura che ne accentua i contorni , mi fissano attentamente, quasi in cerca di qualcosa; molti direbbero che oltre questa maschera bianchissima, oltre quelle labbra vermiglie , oltre l’ acconciatura corvina e gli occhi stanchi non ci sia nulla, ma io non l’ ho mai pensato. Ho fissato ancora per un istante quell’ immagine evanescente nel fondo argenteo dello specchietto, poi ho distolto lo sguardo. Non riuscivo a credere che si potesse vivere realmente senza quella maschera sul viso, che mi aveva accompagnata fin da quando ero piccolissima; non avevo mai conosciuto la vita delle altre donne della mia età, il loro piccolo tran tran, la loro semplicità. Tutta la mia esistenza era dedicata a seguire quelle regole complesse e raffinate che trasformano una semplice donna in qualcosa di più , in un essere superiore. Così diceva la mia maestra, mentre con le parole mi mostrava immagini lievi come un fiore di ciliegio, sogni lontani, inaccessibili alle donne comuni; attraverso la sua voce, pacata e dolce come quella di una vera artista, riuscivo a vedere il mio corpo avvolto in quei kimono discreti, il colletto bianco che spuntava lasciando scoperta la nuca, il luogo più sensuale del corpo d’ una donna, che invitava ad immaginare cosa ci potrebbe essere oltre, una volta sfilato l’ obi, la cintura che mi cingeva la vita, e la fine seta nera della veste, e le calze sottili. Potevo vedere la mia chioma nera e lucida raccolta in un’ acconciatura elegante, le ciocche corvine annodate come a formare un nido , potevo sentire il suono dello shemisan che avrei imparato a suonare, l’ odore del tè nella sacra cerimonia del cha no yu. Ci sarebbe voluto ancora molto perché l’ umile serva che ero , rigida e incapace di vedere oltre quel che mi era posto davanti agli occhi, diventasse una Maiko, la danzatrice , flessuosa come un giunco, pronta ad accogliere il sapere che le vere maestre mi trasmettevano. E oltre quel semplice traguardo ce n’ era un altro, molto più difficile da raggiungere: ciascuna di noi deve diventare un uccello, deve essere capace di volare , mi diceva la mia maestra. Lascia che ti insegni a volare. Tu devi essere l’ uccello irraggiungibile e , al tempo stesso, il nido accogliente dove ripararsi, se lo si vuole. Tutto, di te, deve portare conforto e piacere. Questo è lo scopo di una geisha, questo è il motivo per cui t’insegnerò a volare, Nijimi”.

Allora non avevo idea del perché ci fosse bisogno di volare per vedere meglio le cose; cos’ altro c’ era che avrei potuto conoscere di un fiore, di un volto, di un fiume, che non fossi in grado di vedere dalla mia comoda posizione con i piedi per terra? È questo che la gente non capisce: pochi riescono a librarsi , e a comprendere ciò che non è nella loro natura. Com’ è possibile, dicono, che queste donne non vendano il proprio corpo per sopravvivere ? in realtà, una donna non ha affatto bisogno di tutto questo per vivere, per dare piacere con la sua compagnia. Di frequente sono le donne stesse ad accontentarsi di questa spiegazione semplice della vita di una geisha, ma noi, tutte noi, facciamo molto di più: una donna è capace di affascinare, di sedurre anche con le semplici parole, anche solo con i propri sguardi, con i propri gesti, con la raffinatezza delle sue conoscenze. Tutto questo ho imparato durante il mio lungo apprendistato, per esercitarmi a diventare una donna dietro la maschera, una creatura segreta e lontana, distaccata, quasi , dalla vita terrena, capace di volare. Finalmente mi resi conto che , dall’ alto, tutto appare più distante eppure più chiaro, tutto diventa simile a quell’ uccellino in cerca di un nido dove rifugiarsi. Ecco perché avevo bisogno di volare, di essere al tempo stesso un uccello e un nido”.

Gettai il mio piccolo specchio a terra, sul tatami; avevo imparato da tempo a togliermi quel pesante trucco senza il suo aiuto, e non volevo vedere ancora i miei occhi velati che rispondevano al mio sguardo, come distratti. Con un panno umido lavai via il mio cerone dal viso, tolsi i segni neri attorno agli occhi e scolorii le labbra rosse fino a farle tornare del loro colore naturale; sciolsi il nido di capelli lasciandoli ricadere lungo la mia schiena nuda, già liberata del sottile peso del kimono, e sfilai le calze e i pesanti sandali di legno nero, e poi rapida, come lasciandomi trasportare da un impulso irresistibile, ripresi in mano il mio specchietto e vi gettai un’ occhiata : un volto pallido e sottile, gli occhi obliqui e neri stranamente lucidi, i capelli diritti , il corpo sottile velato solo dal mio sguardo. Qualche anno prima mi avevano detto che avevo un volto fine , delicato, una vera rarità, una fortuna per una geisha; “ La natura ti ha già fornito le ali per volare, Nijimi, devi solo imparare ad usarle “, diceva la mia maestra, “ La tua bellezza ti facilita un compito che per molte di noi è assai difficile”; aveva sorriso, ironica; “ ma ricordati che non basta : non ti è richiesto di essere bella, non solo, Nijimi. Ricordati che gli uomini, quando ti contatteranno, vorranno vedere oltre il tuo volto, vorranno che tu li trasporti nel mondo della vera bellezza. È questo che devi imparare, prima di diventare una vera geisha”.

Ora , finalmente, ho capito cosa intendeva dire : la realtà non può essere apprezzata, e l’ unico mezzo che abbiamo per conoscere la verità è l’ artificio, la maschera, il trucco pesante che nasconde la malinconica bellezza del volto. Cosa c’ è di bello nella realtà di un essere che non sa volare? La sua vita è piatta , diritta; la mia, un circolo continuo che si estende a perdita d’ occhio, una realtà continuamente scompigliata dalla brezza, una realtà lieve, fuggevole. Ho imparato a disprezzare tutto ciò che mi lega a terra, tutto ciò che c’ è di fisico e tangibile : la bellezza del corpo, l’ amore passionale, le conversazioni concrete…tutto questo non esiste più , in me, né mai esisterà”.

 

postato da: erzsi alle ore 19:42 | Link | commenti (1)
categoria:racconti
domenica, 06 maggio 2007

avete mai avuto la sensazione di essere come una porta socchiusa? una di quelle porte che incurioriscono, che irrimediabilmente portano a sbirciare oltre la soglia per scoprire cosa c' è dietro quel sottile pannello di legno. quella porta è sempre accostata, come incerta sul da farsi : chiudersi del tutto, definitivamente, o lasciare che i tanti segreti immersi nel buio oltre la sua soglia esplodano, fuoriescano rompendo quell' argine incerto? ecco, è così che mi sento sempre : una porta socchiusa. 

dentro, è talmente buio che a volte nemmeno io so cosa potrò trovare oltre quell' angolo o quella sedia, cosa avevo appoggiato anni prima , come dimenticato, su una panca o in un cassetto. non ho ancora mai trovato una lanterna che rischiari tutti i profili, o almeno una finestrella, un lucernario, che lasci entrare un pò di luce e un pò d' aria. ma , se provo ad uscire da quella porta, inciampo, sono più cieca di prima. a volte è comodo restare nel proprio buio . a volte, mi avventuro fuori e cado. cado. cado ancora. ma non importa . basterà anche solo un chiarore leggero, forse persino un lampo nel cielo durante una tempesta, per rischiarare un pò il cammino. oltre la soglia.

Erzsi

postato da: erzsi alle ore 12:25 | Link | commenti (1)
categoria:miscellaneous