io amo molto scrivere, e ogni tanto " tento" di portare a termine uno dei miei racconti, anche se in genere, per un motivo o per l' altro, non ci riesco mai...
comunque, adesso stò scrivendo un racconto ambientato nel giappone di fine ottocento, che ha per protagonista una delle più note geisha di Kyoto, Nijimi-San... non vi dico altro perchè se no rischio di farmi sfuggire le idee, che per il momento sono ancora in lavorazione, ma volevo proporvi le prime righe del racconto per sapere cosa ne pensate, visto che non sono ancora del tutto sicura...comunque, ecco qui:
GEISHA( TITOLO PROVVISORIO )
<<il mio volto, ancora bianco e rigido , appare sfocato nello specchio convesso che mi riflette; gli occhi, segnati pesantemente da una linea scura che ne accentua i contorni , mi fissano attentamente, quasi in cerca di qualcosa; molti direbbero che oltre questa maschera bianchissima, oltre quelle labbra vermiglie , oltre l’ acconciatura corvina e gli occhi stanchi non ci sia nulla, ma io non l’ ho mai pensato. Ho fissato ancora per un istante quell’ immagine evanescente nel fondo argenteo dello specchietto, poi ho distolto lo sguardo. Non riuscivo a credere che si potesse vivere realmente senza quella maschera sul viso, che mi aveva accompagnata fin da quando ero piccolissima; non avevo mai conosciuto la vita delle altre donne della mia età, il loro piccolo tran tran, la loro semplicità. Tutta la mia esistenza era dedicata a seguire quelle regole complesse e raffinate che trasformano una semplice donna in qualcosa di più , in un essere superiore. Così diceva la mia maestra, mentre con le parole mi mostrava immagini lievi come un fiore di ciliegio, sogni lontani, inaccessibili alle donne comuni; attraverso la sua voce, pacata e dolce come quella di una vera artista, riuscivo a vedere il mio corpo avvolto in quei kimono discreti, il colletto bianco che spuntava lasciando scoperta la nuca, il luogo più sensuale del corpo d’ una donna, che invitava ad immaginare cosa ci potrebbe essere oltre, una volta sfilato l’ obi, la cintura che mi cingeva la vita, e la fine seta nera della veste, e le calze sottili. Potevo vedere la mia chioma nera e lucida raccolta in un’ acconciatura elegante, le ciocche corvine annodate come a formare un nido , potevo sentire il suono dello shemisan che avrei imparato a suonare, l’ odore del tè nella sacra cerimonia del cha no yu. Ci sarebbe voluto ancora molto perché l’ umile serva che ero , rigida e incapace di vedere oltre quel che mi era posto davanti agli occhi, diventasse una Maiko, la danzatrice , flessuosa come un giunco, pronta ad accogliere il sapere che le vere maestre mi trasmettevano. E oltre quel semplice traguardo ce n’ era un altro, molto più difficile da raggiungere: ciascuna di noi deve diventare un uccello, deve essere capace di volare , mi diceva la mia maestra. Lascia che ti insegni a volare. Tu devi essere l’ uccello irraggiungibile e , al tempo stesso, il nido accogliente dove ripararsi, se lo si vuole. Tutto, di te, deve portare conforto e piacere. Questo è lo scopo di una geisha, questo è il motivo per cui t’insegnerò a volare, Nijimi”.
Allora non avevo idea del perché ci fosse bisogno di volare per vedere meglio le cose; cos’ altro c’ era che avrei potuto conoscere di un fiore, di un volto, di un fiume, che non fossi in grado di vedere dalla mia comoda posizione con i piedi per terra? È questo che la gente non capisce: pochi riescono a librarsi , e a comprendere ciò che non è nella loro natura. Com’ è possibile, dicono, che queste donne non vendano il proprio corpo per sopravvivere ? in realtà, una donna non ha affatto bisogno di tutto questo per vivere, per dare piacere con la sua compagnia. Di frequente sono le donne stesse ad accontentarsi di questa spiegazione semplice della vita di una geisha, ma noi, tutte noi, facciamo molto di più: una donna è capace di affascinare, di sedurre anche con le semplici parole, anche solo con i propri sguardi, con i propri gesti, con la raffinatezza delle sue conoscenze. Tutto questo ho imparato durante il mio lungo apprendistato, per esercitarmi a diventare una donna dietro la maschera, una creatura segreta e lontana, distaccata, quasi , dalla vita terrena, capace di volare. Finalmente mi resi conto che , dall’ alto, tutto appare più distante eppure più chiaro, tutto diventa simile a quell’ uccellino in cerca di un nido dove rifugiarsi. Ecco perché avevo bisogno di volare, di essere al tempo stesso un uccello e un nido”.
Gettai il mio piccolo specchio a terra, sul tatami; avevo imparato da tempo a togliermi quel pesante trucco senza il suo aiuto, e non volevo vedere ancora i miei occhi velati che rispondevano al mio sguardo, come distratti. Con un panno umido lavai via il mio cerone dal viso, tolsi i segni neri attorno agli occhi e scolorii le labbra rosse fino a farle tornare del loro colore naturale; sciolsi il nido di capelli lasciandoli ricadere lungo la mia schiena nuda, già liberata del sottile peso del kimono, e sfilai le calze e i pesanti sandali di legno nero, e poi rapida, come lasciandomi trasportare da un impulso irresistibile, ripresi in mano il mio specchietto e vi gettai un’ occhiata : un volto pallido e sottile, gli occhi obliqui e neri stranamente lucidi, i capelli diritti , il corpo sottile velato solo dal mio sguardo. Qualche anno prima mi avevano detto che avevo un volto fine , delicato, una vera rarità, una fortuna per una geisha; “ La natura ti ha già fornito le ali per volare, Nijimi, devi solo imparare ad usarle “, diceva la mia maestra, “ La tua bellezza ti facilita un compito che per molte di noi è assai difficile”; aveva sorriso, ironica; “ ma ricordati che non basta : non ti è richiesto di essere bella, non solo, Nijimi. Ricordati che gli uomini, quando ti contatteranno, vorranno vedere oltre il tuo volto, vorranno che tu li trasporti nel mondo della vera bellezza. È questo che devi imparare, prima di diventare una vera geisha”.
Ora , finalmente, ho capito cosa intendeva dire : la realtà non può essere apprezzata, e l’ unico mezzo che abbiamo per conoscere la verità è l’ artificio, la maschera, il trucco pesante che nasconde la malinconica bellezza del volto. Cosa c’ è di bello nella realtà di un essere che non sa volare? La sua vita è piatta , diritta; la mia, un circolo continuo che si estende a perdita d’ occhio, una realtà continuamente scompigliata dalla brezza, una realtà lieve, fuggevole. Ho imparato a disprezzare tutto ciò che mi lega a terra, tutto ciò che c’ è di fisico e tangibile : la bellezza del corpo, l’ amore passionale, le conversazioni concrete…tutto questo non esiste più , in me, né mai esisterà”.







