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giovedì, 24 maggio 2007

proprio stamattina, frugando fra i documenti word del computer di mio fratello, ho ritrovato l' inizio di un raccontino che avevo iniziato a scrivere qualche anno fa, meno complesso di " geisha", il racconto che stò scrivendo ora, e più " leggero", ma comunque abbastanza carino. leggendolo, mi ha fatto ridere, lo stile di scrittura è molto diverso da quello usato per " geisha", ma comunque abbastanza interessante. ve lo posto qui per sapere cosa ne pensate

"Mia madre mi ha chiamato Costanza, come mia nonna. Costanza Angelina Curau, mi chiamo, e non ho grosse lamentele da fare sul mio nome: bel suono, armonico, forse un po’ freddo, ma non male, classico, dalle mie parti.
Qui giù, dove abito io, non si sa cosa sia il freddo; magari un giorno, per scoprirlo anche noi, invocheremo la Madonna di Guadalupe perché faccia nevicare ad Agosto anche da noi; mi andrebbe bene anche a Settembre o Ottobre, non so, non ho mai toccato la neve con le mie mani. Lucilla, la mia migliore amica-nemica, va tutte le estati a Courmayeur, quel posto impronunciabile che sembra essere innevato in tutte le stagioni, estate e primavera comprese, a metà prezzo però se la neve si scioglie. Lucilla mi ha detto che la neve è farinosa, ghiacciata, ed è cento volte più bella delle nostre distese di sabbia e dei nostri fichi d’ india spinosi. Dice che sono belli gli abeti innevati, e che vorrebbe che un giorno un eroe misterioso uscisse dalla foresta a bordo di una slitta trainata da cani e che la portasse via con sé, per farne la sua principessa delle nevi. La mamma dice che Lucilla è pazza. << quelle come lei dicono un mare di scemenze per far ingelosire chiunque le ascolti, Stanzuccia>> mi dice con quel suo tono da vecchia saggia che usa sempre quando parla con me; <<chill’ come lei nun devono essere prestate d’ ascolto>> dice la nonna, un po’ sconclusionata, con quel modo di parlare caratteristico di tutte le vecchiette del posto: cosa importa se le parole sono rispondenti all’italiano corrente, se il modo di parlare non è proprio ortodosso e se le frasi sono buttate lì come capita capita, l’ importante è il senso, mi dice. Chissà, magari ha ragione.

Stamattina mi sono alzata presto. Era bel tempo, e a me non piace perdere minuti di sole standomene a letto, io voglio scendere il prima possibile al mare, quando posso.la mamma non è d’accordo: per lei dovrei passare ogni minuto libero china sui libri, e quando ho tempo anche fermarmi a dare una ripassatina alla lezione di domani. Sempre un libro in borsa, giusto per essere sicuri di averlo sempre dietro. Io non voglio, però, vivere così: non mi interessa di essere una letterata , di conoscere a fondo i misteri della natura e della scienza, sapere a menadito tutte le date della storia, ma nemmeno mi piace non sapere niente; quel po’ che serve per ravvivare le discussioni e i pensieri, per non essere del tutto stupida, per avere sempre un minimo di curiosità da soddisfare. Ho anch’ io la mia pila di libri sul comodino ( anche se non sono i libri che vorrebbe mia madre), e li leggo ogni sera. Di giorno, però, preferisco fare un giro sulla spiaggia.
La nostra casa , un piccolo cubo di pietra costruito in tanti anni dalle rugose mani del nonno e della nonna, è appollaiata su una scogliera a strapiombo sul mare, nera e lucida di schizzi, sempre ricoperta da centinaia e centinaia di gocce che sembrano lacrime, e risplendono al sole come opali iridescenti. Sotto, un’ immensa distesa bluverde, un mare sconfinato che arriva chissà dove; la zona è costellata di fichi d’ india rossicci e piante grasse, quelle tipiche che si vedono solo dove c’ è aria di salsedine; la stradina che porta quassù dove abitiamo noi è una sola, un sottile segnetto a matita su una montagna nera di scogli; un tempo dice la nonna, quassù ci si arrivava solo a dorso di mulo, e se pioveva , allora si che erano guai. Il paese è qui sotto, Lamarta Sul mare. Chissà perché, Lamarta; Poteva anche essere Lagiovanna, o Lafrancesca. A volte ci penso, e mi chiedo che senso abbia, ma dopotutto non è poi così importante, ci deve essere dietro qualche storia romantica con una protagonista dalle affascinanti trecce nere, una certa Marta, magari. Guardacaso. Comunque, il paese è piccolo , solo un centinaio di case, o poco più; poi c’è la scuola ( anzi no, ce ne sono due: Scuola Elementare e Media Sant’ Anna e Scuola Tutticorsi, un posticino innovativo e privato, per chi ha disponibilità economiche), e naturalmente il castello, un bellissimo avvoltoio arroccato sul monte più alto della zona, Monte Serpi. Ci sono centinaia di migliaia di negozietti di cibi e oggetti tipici del luogo, com’ è ovvio, e anche qualche museo; un bel parco verde, che però non regge granchè vista l’ aria di mare, e una spiaggia favolosa a cui si accede per mezzo di una scaletta di metallo che hanno installato qualche anno fa, un vero obbrobrio. Una volta, la spiaggia si raggiungeva solo con un’ ora di cammino fra le frasche , sotto il sole cocente, sdrucciolando sulla sabbia bollente ad ogni piè sospinto, con le pigne appiccicose che ti cadevano in testa e ti facevano perdere la bussola. Però era più divertente. Più romantico, più avventuroso. Bisognava raggiungere prima la cima di Col Verdino, un colle che di Verdino non ha proprio niente, e poi giù, a valle, dove il verde c’è davvero, e anche troppo. È una strada lunga e impervia, ma è più bella.
La mamma, come al solito,non è d’accordo.
Per lei, se tutto fosse facile e banale sarebbe la perfetta felicità. Scale di metallo, taxi che ti aspettano sotto casa, magari anche una colf che ti porta la spesa e te la sistema nel frigorifero. Io no, una vita così non la voglio, voglio poter essere libera di scegliere la strada più difficile, se è quella che mi attira, voglio poter uscire da scuola e andare subito in spiaggia, senza tornare nella casetta buia a fare i compiti. Voglio poter prendere un arancio da un albero e mangiarlo mentre il sole tramonta, voglio poter passare fra le frasche con le pigne che mi cadono in testa, voglio potermi fare una doccia all’ aperto, d’ estate, e voglio anche poter scegliere da sola , della mia vita.
Ho quindici anni, e non voglio smettere di sognare. "

postato da: erzsi alle ore 13:06 | Link | commenti (2)
categoria:racconti
domenica, 06 maggio 2007

io amo molto scrivere, e ogni tanto " tento" di portare a termine uno dei miei racconti, anche se in genere, per un motivo o per l' altro, non ci riesco mai... comunque, adesso stò scrivendo un racconto ambientato nel giappone di fine ottocento, che ha per protagonista una delle più note geisha di Kyoto, Nijimi-San... non vi dico altro perchè se no rischio di farmi sfuggire le idee, che per il momento sono ancora in lavorazione, ma volevo proporvi le prime righe del racconto per sapere cosa ne pensate, visto che non sono ancora del tutto sicura...comunque, ecco qui:

GEISHA( TITOLO PROVVISORIO )

 

<<il mio volto, ancora bianco e rigido , appare sfocato nello specchio convesso che mi riflette; gli occhi, segnati pesantemente da una linea scura che ne accentua i contorni , mi fissano attentamente, quasi in cerca di qualcosa; molti direbbero che oltre questa maschera bianchissima, oltre quelle labbra vermiglie , oltre l’ acconciatura corvina e gli occhi stanchi non ci sia nulla, ma io non l’ ho mai pensato. Ho fissato ancora per un istante quell’ immagine evanescente nel fondo argenteo dello specchietto, poi ho distolto lo sguardo. Non riuscivo a credere che si potesse vivere realmente senza quella maschera sul viso, che mi aveva accompagnata fin da quando ero piccolissima; non avevo mai conosciuto la vita delle altre donne della mia età, il loro piccolo tran tran, la loro semplicità. Tutta la mia esistenza era dedicata a seguire quelle regole complesse e raffinate che trasformano una semplice donna in qualcosa di più , in un essere superiore. Così diceva la mia maestra, mentre con le parole mi mostrava immagini lievi come un fiore di ciliegio, sogni lontani, inaccessibili alle donne comuni; attraverso la sua voce, pacata e dolce come quella di una vera artista, riuscivo a vedere il mio corpo avvolto in quei kimono discreti, il colletto bianco che spuntava lasciando scoperta la nuca, il luogo più sensuale del corpo d’ una donna, che invitava ad immaginare cosa ci potrebbe essere oltre, una volta sfilato l’ obi, la cintura che mi cingeva la vita, e la fine seta nera della veste, e le calze sottili. Potevo vedere la mia chioma nera e lucida raccolta in un’ acconciatura elegante, le ciocche corvine annodate come a formare un nido , potevo sentire il suono dello shemisan che avrei imparato a suonare, l’ odore del tè nella sacra cerimonia del cha no yu. Ci sarebbe voluto ancora molto perché l’ umile serva che ero , rigida e incapace di vedere oltre quel che mi era posto davanti agli occhi, diventasse una Maiko, la danzatrice , flessuosa come un giunco, pronta ad accogliere il sapere che le vere maestre mi trasmettevano. E oltre quel semplice traguardo ce n’ era un altro, molto più difficile da raggiungere: ciascuna di noi deve diventare un uccello, deve essere capace di volare , mi diceva la mia maestra. Lascia che ti insegni a volare. Tu devi essere l’ uccello irraggiungibile e , al tempo stesso, il nido accogliente dove ripararsi, se lo si vuole. Tutto, di te, deve portare conforto e piacere. Questo è lo scopo di una geisha, questo è il motivo per cui t’insegnerò a volare, Nijimi”.

Allora non avevo idea del perché ci fosse bisogno di volare per vedere meglio le cose; cos’ altro c’ era che avrei potuto conoscere di un fiore, di un volto, di un fiume, che non fossi in grado di vedere dalla mia comoda posizione con i piedi per terra? È questo che la gente non capisce: pochi riescono a librarsi , e a comprendere ciò che non è nella loro natura. Com’ è possibile, dicono, che queste donne non vendano il proprio corpo per sopravvivere ? in realtà, una donna non ha affatto bisogno di tutto questo per vivere, per dare piacere con la sua compagnia. Di frequente sono le donne stesse ad accontentarsi di questa spiegazione semplice della vita di una geisha, ma noi, tutte noi, facciamo molto di più: una donna è capace di affascinare, di sedurre anche con le semplici parole, anche solo con i propri sguardi, con i propri gesti, con la raffinatezza delle sue conoscenze. Tutto questo ho imparato durante il mio lungo apprendistato, per esercitarmi a diventare una donna dietro la maschera, una creatura segreta e lontana, distaccata, quasi , dalla vita terrena, capace di volare. Finalmente mi resi conto che , dall’ alto, tutto appare più distante eppure più chiaro, tutto diventa simile a quell’ uccellino in cerca di un nido dove rifugiarsi. Ecco perché avevo bisogno di volare, di essere al tempo stesso un uccello e un nido”.

Gettai il mio piccolo specchio a terra, sul tatami; avevo imparato da tempo a togliermi quel pesante trucco senza il suo aiuto, e non volevo vedere ancora i miei occhi velati che rispondevano al mio sguardo, come distratti. Con un panno umido lavai via il mio cerone dal viso, tolsi i segni neri attorno agli occhi e scolorii le labbra rosse fino a farle tornare del loro colore naturale; sciolsi il nido di capelli lasciandoli ricadere lungo la mia schiena nuda, già liberata del sottile peso del kimono, e sfilai le calze e i pesanti sandali di legno nero, e poi rapida, come lasciandomi trasportare da un impulso irresistibile, ripresi in mano il mio specchietto e vi gettai un’ occhiata : un volto pallido e sottile, gli occhi obliqui e neri stranamente lucidi, i capelli diritti , il corpo sottile velato solo dal mio sguardo. Qualche anno prima mi avevano detto che avevo un volto fine , delicato, una vera rarità, una fortuna per una geisha; “ La natura ti ha già fornito le ali per volare, Nijimi, devi solo imparare ad usarle “, diceva la mia maestra, “ La tua bellezza ti facilita un compito che per molte di noi è assai difficile”; aveva sorriso, ironica; “ ma ricordati che non basta : non ti è richiesto di essere bella, non solo, Nijimi. Ricordati che gli uomini, quando ti contatteranno, vorranno vedere oltre il tuo volto, vorranno che tu li trasporti nel mondo della vera bellezza. È questo che devi imparare, prima di diventare una vera geisha”.

Ora , finalmente, ho capito cosa intendeva dire : la realtà non può essere apprezzata, e l’ unico mezzo che abbiamo per conoscere la verità è l’ artificio, la maschera, il trucco pesante che nasconde la malinconica bellezza del volto. Cosa c’ è di bello nella realtà di un essere che non sa volare? La sua vita è piatta , diritta; la mia, un circolo continuo che si estende a perdita d’ occhio, una realtà continuamente scompigliata dalla brezza, una realtà lieve, fuggevole. Ho imparato a disprezzare tutto ciò che mi lega a terra, tutto ciò che c’ è di fisico e tangibile : la bellezza del corpo, l’ amore passionale, le conversazioni concrete…tutto questo non esiste più , in me, né mai esisterà”.

 

postato da: erzsi alle ore 19:42 | Link | commenti (1)
categoria:racconti